Bari, 60 chili di hashish in cucina: arrestati un 35enne e una 57enne al Libertà. Parte di droga era ghiacciata

I giorni scorsi, I Carabinieri del Comando Provinciale di Bari, hanno arrestato (fatte salve le valutazioni successive con il contributo della difesa) un 35enne e una donna 57enne ritenuti responsabili del reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

In particolare, i Carabinieri del Nucleo investigativo di Bari, nel corso di un servizio di prevenzione e contrasto all’attività di spaccio di sostanze stupefacenti, hanno sottoposto a controllo un’abitazione di proprietà della donna, situata nel quartiere Libertà di Bari, poiché insospettiti dall’atteggiamento dell’uomo che vi ha fatto accesso portando al seguito una bacinella di plastica, con fare sospetto.

All’interno, hanno sorpreso quest’ultimo in corrispondenza del tavolo da cucina, completamente ricoperto di sostanza stupefacente, intento ad armeggiare con un taglierino, con il quale stava spacchettando le confezioni di cellophane che assicuravano le diverse “panette”.

Nel corso dell’attività, i militari hanno trovato e posto a sequestro 60 chilogrammi di sostanza stupefacente di tipo hashish, una parte rinvenuta anche in forma ghiacciata, pronto per essere trattato con il metodo “ice – o – lator”, noto appunto anche come metodo dell’hashish ghiacciato, oltre a materiale per il confezionamento.

 

Assalti ai bancomat in Campania, Molise e Abruzzo. Blitz dei Carabinieri: arrestati 5 giovani pugliesi

I carabinieri di Avellino hanno eseguito cinque misure cautelari nei confronti di giovani pugliesi, di età compresa tra i 21 e i 29 anni, accusati di aver compiuto numerosi assalti a sportelli bancomat utilizzando esplosivi.

I colpi sarebbero stati messi a segno non solo in Campania, ma anche in Abruzzo e Molise. Alcuni degli indagati risultano già noti alle forze dell’ordine, mentre uno è attualmente irreperibile.

Bari, ferito per caso in una sparatoria muore in ospedale. Famiglia risarcita di 1,3 milioni: “Colpa dei medici”

Morì dopo essere stato ferito per caso durante una sparatoria in un bar di Valenzano, ma la sua vita, secondo i giudici, avrebbe potuto essere salvata. A distanza di 18 anni dai fatti, la Corte d’appello di Bari ha condannato la Asl al risarcimento di circa 1,3 milioni di euro in favore della vedova e dei figli di Daniele Di Mussi, 31enne ambulante.

L’uomo, padre di due figli, si trovava nel locale per assistere a una partita quando una lite tra il figlio di un boss locale (Michele Buscemi) e un affiliato (Luigi Spinelli) degenerò in una sparatoria. Colpito alla femorale, fu trasportato all’ospedale Di Venere, dove morì dissanguato senza essere sottoposto a un intervento chirurgico.

Secondo la sentenza di secondo grado, i medici persero tempo prezioso eseguendo un’angiotac ritenuta inutile, invece di procedere immediatamente con un’operazione che avrebbe potuto salvargli la vita.

Accogliendo il ricorso dei familiari, la Corte ha così ribaltato il verdetto di primo grado, stabilendo un risarcimento di 348mila euro per la vedova e 363mila euro per ciascuno dei due figli, oltre interessi e spese legali. Determinante, nella decisione, la consulenza tecnica che ha evidenziato i ritardi nell’intervento sanitario quella sera.

Bari, allievi finanzieri intonano coro goliardico: “Noi non siamo Carabinieri”. Annullata la sentenza al comandante

Nessuna responsabilità è addebitabile all’ex comandante della 3ª Compagnia Allievi Finanzieri di Bari per il coro “noi non siamo carabinieri”, intonato da un gruppo di allievi finanzieri durante la cerimonia del ‘Giuramento di fedeltà alla Repubblica e di consegna delle Fiamme’, organizzata il 22 novembre 2024 nello stadio comunale ‘Della Vittoria’ di Bari.

Vicenda che, si legge negli atti del contenzioso dinanzi al Tar, causò “discredito”, “disonore” e un “danno all’immagine e al prestigio” del Corpo della Guardia di Finanza, perché il video del coro diventò virale sui social.

Per questo il comandante, incaricato dell’organizzazione della cerimonia, fu sottoposto a procedimento disciplinare e sanzionato con il “rimprovero” per “carenza di vigilanza e controllo sulle condotte dei militari sotto il suo comando”. La sanzione risale a marzo 2025. Ieri il Tar ha dato ragione al militare, annullando il provvedimento disciplinare.

La sentenza del Tar ricorda l’episodio, spiegando che nel corso di una pausa durante le attività di preparazione all’evento, “veniva realizzato e successivamente diffuso tramite canali telematici un filmato della durata di diciannove secondi, nel quale si vedeva un gruppo di allievi della 3ª Compagnia, intenti a scandire ripetutamente in coro l’espressione ‘noi non siamo carabinieri’, accompagnata da un ritmico e sincrono battito di mani”. Il contenuto del video ebbe ampia diffusione sui social network, per poi trovare risalto anche sui canali di informazione, “arrecando pregiudizio all’immagine e al prestigio del Corpo”.

Secondo i giudici, “sia l’intonazione di cori da parte di alcuni membri della 3ª Compagnia Allievi Finanzieri di Bari nel corso di una pausa dalle esercitazioni, che l’occasionale registrazione a mezzo cellulare dell’episodio da parte di un militare non identificato, che la successiva diffusione del relativo video sui mezzi di informazione e sui social media, quanto l’imprevedibile acquisizione di rilievo giornalistico della vicenda goliardica in esame, costituiscono tutti fatti che si sono verificati in un contesto del tutto estraneo alla sfera di vigilanza e controllo del ricorrente”.

Il comandante, al contrario, aveva “adottato adeguate misure organizzative – si legge nella sentenza – per assicurare il regolare svolgimento, la sicurezza e la disciplina dell’attività addestrativa e cerimoniale, predisponendo idonei presidi di vigilanza e controllo”.

Agguato a Vieste, ferito il cugino 35enne del defunto boss Notarangelo: spari in un supermercato

Diverse persone sono state ascoltate durante la notte da carabinieri per risalire ai responsabili dell’agguato compiuto ieri sera a Vieste nel corso del quale è stato ferito con almeno tre colpi di fucile a pallettoni Danilo Notarangelo, di 35 anni, nipote (figlio di un fratello) del defunto boss Angelo Notarangelo (soprannominato Cintaridd) ucciso nel 2015 in un agguato mafioso a Vieste in provincia di Foggia.

L’uomo è scampato all’agguato perché, pur ferito, è riuscito a rifugiarsi in un supermercato a poca distanza dalla caserma dei carabinieri di Vieste e dalla sua abitazione.

L’inchiesta, visto il calibro del ferito e la parentela con il defunto boss, è coordinata dai magistrati della direzione distrettuale antimafia di Bari. Stando a quanto si è appreso, Notarangelo stava rientrando a casa quando da un’autovettura sconosciuti hanno sparato. I colpi lo hanno raggiunto ad un braccio e di striscio all’addome.

Soccorso dai sanitari del 118, è stato dapprima trasportato e medicato presso il punto di primo intervento della cittadina garganica e poi in elisoccorso è giunto a Foggia dove è ricoverato. Le sue condizioni sono stabili e non è in pericolo di vita. A agire sarebbero state due persone con i volti coperti. Danilo Notarangelo era già sfuggito ad un agguato nell’estate del 2022 lungo la strada che collega Vieste a Mattinata. Era a bordo di un’auto con un amico quando, entrambi, furono raggiunti da colpi di fucile. L

‘agguato di ieri sera è avvenuto in un orario in cui per strada erano presenti automobilisti e passanti e persone che uscivano da un supermercato vicino. Il sindaco Giuseppe Nobiletti ha manifestato la sua preoccupazione, sottolineando che “simili episodi non si vedevano da anni, grazie ad una forte repressione messa in campo dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Sono certo che gli investigatori metteranno in campo un’azione massiccia e forte per contrastare sul nascere eventuali situazioni. Confido nel loro lavoro”.

Truffa delle orecchiette, è tutta una fiction. Antonio al “collega” Guerrieri: “Fai solo retorica”

Nell’ultima puntata della fiction Rai “Guerrieri – La regola dell’equilibrio”, tratta dai romanzi di Gianrico Carofiglio e con Alessandro Gassmann protagonista, l’avvocato Guerrieri difende una pastaia di Barivecchia accusata di resistenza a pubblico ufficiale.

La scena è ispirata alla truffa delle orecchiette industriali, vendute tra i vicoli della città vecchia e spacciate ai turisti come artigianali. L’avvocato Guerrieri difende una pastaia accusata di illegalità e nella sua arringa sottolinea l’ingiustizia di trattare come criminale una donna che produce pasta per sopravvivere, citando anche l’articolo del New York Times.

Sanremo, l’Eurovision e poi il tour: Sal Da Vinci in concerto a Giovinazzo il 7 agosto. Poi tappa nel Brindisino

Venerdì 7 agosto Sal Da Vinci si esibirà a Giovinazzo, sul palco del Levante Arena, dopo il trionfo al Festival di Sanremo 2026 con il brano «Per sempre sì». L’evento, organizzato da GS23, segna il ritorno dell’artista nella regione dopo il successo dello scorso anno.

Reduce dall’affermazione all’Ariston, Sal Da Vinci arriva in Puglia in una fase di piena maturità artistica. Cantante e attore, negli anni ha costruito uno stile capace di unire tradizione melodica e sonorità contemporanee, conquistando un vasto pubblico anche grazie a successi come «Rossetto e caffè», diventato un fenomeno digitale.

Il concerto di Giovinazzo rientra nel tour estivo prodotto da Vivo Concerti, che partirà il 18 luglio da Cattolica e toccherà diverse città italiane, per poi concludersi con due appuntamenti all’Arena Flegrea di Napoli a fine settembre, prima del tour teatrale autunnale.

Lo spettacolo proporrà un viaggio tra i brani più amati e le nuove produzioni, con al centro «Per sempre sì», canzone che rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026 di Vienna. Numeri alla mano, il successo è già evidente: il brano sta entrando nelle principali playlist europee e il videoclip ha superato i 10 milioni di visualizzazioni.

I biglietti per la data del 7 agosto sono disponibili: la prevendita su Ticketone è partita il 13 marzo, mentre la vendita generale è attiva dal 18 marzo. L’artista sarà in Puglia anche l’8 agosto a San Pancrazio Salentino, confermando il forte legame con il pubblico del Sud.

Evasione dal carcere di Nuoro, il pentito Raduano confessa: “Per l’aiuto dei sardi mi sono sdebitato con un omicidio”

Nuovi dettagli sulla evasione dal carcere di Badu e Carros e sulla successiva latitanza emergono dalle dichiarazioni di Marco Raduano, ex boss della mafia garganica oggi collaboratore di giustizia. Le sue parole sono state rese durante un interrogatorio in videoconferenza nel processo davanti al tribunale di Nuoro, presieduto dalla giudice Elena Meloni, che vede imputati due presunti fiancheggiatori.

Raduano ha raccontato di aver pianificato la fuga per mesi, studiando le vulnerabilità della struttura carceraria e approfittando delle informazioni ricevute da altri detenuti. Ha riferito di aver ottenuto anche strumenti utili all’evasione e di aver sfruttato la relativa libertà concessa dal suo ruolo di lavoratore in biblioteca e “scrivano” per gli altri detenuti. Tra le criticità individuate, la presenza di chiavi lasciate incustodite e momenti in cui la sala regia risultava priva di personale.

L’evasione, avvenuta il 24 febbraio 2023, sarebbe stata favorita anche dal sostegno di altri detenuti, che gli avrebbero prospettato aiuti sul territorio sardo. Secondo il suo racconto, una volta fuori dal carcere avrebbe ricevuto assistenza logistica in diverse località, tra cui Bitti, Orune e Padru, fino a raggiungere la Corsica. Raduano ha descritto condizioni iniziali difficili, sostenendo di essere fuggito senza nulla e di aver trovato rifugio per alcuni giorni in un rudere nel centro di Nuoro, uscendo solo di notte per procurarsi cibo e acqua.

L’ex boss ha inoltre dichiarato che l’appoggio ricevuto da ambienti sardi e corsi sarebbe stato determinante durante la latitanza. In questo contesto ha affermato di essersi “sdebitato” con un omicidio, riferendosi al delitto di Paul-Félix Paoli avvenuto in Corsica nell’agosto 2023.

Le dichiarazioni, riportate in sintesi da alcuni quotidiani, sono ora al vaglio degli inquirenti e rappresentano un ulteriore tassello nelle indagini sulla rete di supporto che avrebbe favorito la fuga e la latitanza del boss.