Bari come Gomorra, c’è paura per la festa di San Nicola: il prefetto convoca Comitato per la sicurezza

A Bari cresce la tensione in vista della festa di San Nicola, mentre una nuova ondata di violenza scuote la città. Giovani affiliati alla criminalità organizzata, la cosiddetta “paranza” dei baby boss, sono protagonisti di una faida armata per il controllo delle piazze di spaccio.

Le istituzioni – coordinate dal prefetto Francesco Russo e dalle forze dell’ordine – stanno predisponendo un imponente piano di sicurezza per evitare che gli scontri degenerino durante le celebrazioni, con il rischio concreto di nuovi agguati.

La guerra tra clan si combatte sia nelle strade sia sui social, dove minacce e promesse di vendetta alimentano il clima di tensione.  Negli ultimi giorni si sono susseguiti diversi episodi di violenza tra Bari e provincia, tra sparatorie e ferimenti, segno di un conflitto in escalation. Al centro dello scontro c’è il controllo del traffico di droga, conteso tra i clan Strisciuglio e Capriati.

Gli investigatori lavorano per identificare i responsabili e prevenire nuove azioni armate, mentre cresce il timore che la faida possa esplodere proprio nei giorni della festa patronale, trasformando un evento simbolo della città in un momento ad alto rischio.

Il divertimento a Bari fa paura, nei locali “l’aria è amara”. La testimonianza: “Mi dissero di non entrare al Bahia”

Tra divertimento e sregolatezza. È così che appare oggi il mondo della notte agli occhi dei giovanissimi, protagonisti di weekend che iniziano il venerdì e si concludono la domenica, tra discoteche affollate e locali sempre più esclusivi. Un universo che promette evasione dagli impegni settimanali, ma che negli ultimi anni ha cambiato profondamente volto.

Se un tempo l’attesa del fine settimana era legata al desiderio di ballare e trascorrere ore spensierate in compagnia, oggi la finalità sembra essersi trasformata. La serata non è più solo da vivere, ma da esibire. I social network diventano il palcoscenico principale, dove ogni dettaglio viene condiviso per dimostrare ai propri follower uno status costruito tra luci stroboscopiche, outfit ricercati e tavoli esclusivi. Essere “nel mood”, come direbbero gli adolescenti, significa soprattutto apparire.

In questo contesto, assume un peso crescente la rete di conoscenze. Arrivare nei locali “con gente che conta” apre porte altrimenti chiuse: ingressi facilitati, accesso alle aree VIP e trattamenti privilegiati con kit “che altri non hanno”. Moet fluorescenti e candelotti il segno distintivo di chi conta. Questo, un sistema che nasconde dinamiche ben più profonde e preoccupanti.

Sempre più spesso, infatti, tra i tavoli riservati compaiono giovani legati a famiglie mafiose. La loro presenza non passa inosservata: abiti di lusso, gioielli vistosi e atteggiamenti di dominio segnano una distanza netta rispetto agli altri clienti. Il rispetto nei loro confronti non è una scelta, ma una necessità. Imprenditori e gestori di locali, per continuare a lavorare senza problemi, sono spesso costretti a scendere a compromessi, riservando spazi esclusivi come segno di deferenza vicino alle console o sui terrazzini.

Rispetto al passato, però, qualcosa è cambiato. Se un tempo esisteva una sorta di codice interno, oggi sembra prevalere la logica del “tutto e subito”. I giovani appartenenti a questi contesti cercano affermazione immediata, saltando qualsiasi percorso di crescita o gerarchia tradizionale.

A raccontare dall’interno queste dinamiche è Anna, nome di fantasia, 22 anni. La sua esperienza evidenzia come il confine tra divertimento e pericolo sia sempre più sottile.

“Sarei dovuta andare alla serata del 22 settembre 2024 al Bahia – racconta – ma un amico ci ha scritto qualche minuto prima di arrivare nel locale dicendoci di lasciar perdere: ‘L’aria è amara’. Siamo andate via cambiando programma. Solo la mattina successiva abbiamo capito che quell’avvertimento era fondato”.

Anna descrive un sistema ben strutturato: ingressi differenziati tra chi paga un semplice ticket e chi accede ai privé, controlli rigorosi per alcuni e totale libertà per altri: “C’è sempre qualcuno che entra senza essere controllato. Si capisce subito chi è: lo conoscono tutti, anche i bodyguard. Una pacca sulla spalla e passano senza problemi”.

Un privilegio che, secondo la giovane, alimenta un senso di impunità diffuso: “Sono vere e proprie baby gang che sfruttano la loro appartenenza per ottenere vantaggi e per intimorire gli altri. Se li guardi per più di un secondo è la fine”.

Le differenze territoriali accentuano ulteriormente il fenomeno. Tra i locali della zona nord e quelli del sud barese, racconta Anna, esiste un divario evidente. “Alcune serate degenerano facilmente. Una volta ho visto un ragazzo tirare fuori una pistola perché gli era finito del ghiaccio addosso. Sono scappata dopo meno di un’ora dal mio ingresso”.

Episodi che lasciano il segno, così come la gestione delle situazioni critiche da parte del personale: “In un’altra occasione ci hanno praticamente invitato ad andarcene perché un gruppo di ragazzi che appartenevano voleva occupare il nostro tavolo. Ci hanno detto: ‘Meglio non dar fastidio a quella gente’”.

Testimonianze che, pur nella loro semplicità, accendono i riflettori su una realtà complessa. Un sistema che, dietro l’apparenza del divertimento, sembra piegarsi a logiche di potere, lasciando in secondo piano la sicurezza e la libertà dei giovani.

La movida resta un simbolo di svago e socialità, ma sempre più spesso si trasforma in uno specchio delle contraddizioni della società contemporanea. Tra ricerca di visibilità e dinamiche di controllo, la notte dei giovanissimi racconta molto più di quanto appaia.

Bari, è guerra tra clan. Diomede: “Fiumi di droga e armi facili. Nuove leve in cerca di potere”

Gli ultimi episodi di cronaca hanno nuovamente seminato panico e terrore a Bari tra omicidi, sparatorie e avvertimenti. La sensazione è che in città sia in corso una guerra tra i clan per il controllo degli affari illeciti, trainata dalle giovani leve in cerca di potere e di dominio e favorita dal reclutamento facile di armi e droga.

La sensazione è che gli schemi siano saltati, seppure il sindaco di Bari Vito Leccese è sicuro del fatto che la città abbia gli anticorpi giusti per resistere a tutto questo. Ne abbiamo parlato con Raffaele Diomede, educatore e per pochi giorni ex assessore ai Controlli, alla Legalità, alla Trasparenza e all’Antimafia sociale del Comune di Bari.

Processo Codice Interno, le mani dei Parisi sull’Amtab. Le intercettazioni in aula: “Il clan voleva arrivare ai vertici”

Nuovi dettagli emergono dalla maxinchiesta Codice Interno che ha rivelato un vasto intreccio tra mafia, politica e imprenditoria barese. Secondo le migliaia di ore di intercettazioni, l’ex consigliere regionale Giacomo Olivieri, condannato a 9 anni per voto di scambio politico mafioso e tentata estorsione, orchestrava un proficuo accordo tra i clan e ambienti istituzionali locali.

Tra i protagonisti delle conversazioni intercettate c’è Michele De Tullio, che aspirava a una promozione all’interno dell’Amtab per “parlare con i vertici”. Le registrazioni, presentate oggi in aula nel processo con rito ordinario a 15 imputati, tra cui la moglie di Olivieri, Maria Carmen Lorusso, e il padre di lei, Vito Lorusso, mostrano il ruolo centrale della famiglia mafiosa Parisi nella municipalizzata, dove numerosi pregiudicati avevano contratti a tempo indeterminato.

Le intercettazioni rivelano come i clan gestissero dissidi tra dipendenti e collocassero parenti e affiliati in ruoli strategici, anche durante eventi pubblici come la Fiera del Levante 2018. Tra i nominativi spuntano la figlia di Massimo Parisi, la sorella e la fidanzata di Tommaso Lovreglio, con conferme dello stesso Lovreglio sulla gestione delle attività durante la manifestazione.

L’indagine, coordinata dai pm antimafia Fabio Buquicchio e Marco d’Agostino, conferma un’infiltrazione sistematica dei clan all’interno della municipalizzata, sotto commissariamento dopo lo scandalo giudiziario.

Bari, i clan e il cimitero abusivo di animali a Japigia: via alla bonifica. Tra gli esemplari sepolti anche un pappagallo

A Japigia, tra la tangenziale e il centro studi polivalente di via Caldarola, sarà presto bonificata un’area nascosta tra gli alberi che ospitava un cimitero abusivo di animali domestici. Nel sito sono state individuate 56 sepolture tra cani, gatti e persino un pappagallino, tutte destinate alla rimozione.

La presenza del cimitero era già nota: in passato erano state segnalate tombe curate con lapidi, prati sintetici, peluche e piccoli simboli commemorativi, come croci o cerchi di pietre decorati con fiori. Alcuni degli animali sepolti apparterrebbero anche a esponenti della criminalità organizzata.

Nel territorio barese, l’unico cimitero autorizzato per animali si trova ad Acquaviva delle Fonti. La mancanza di strutture ufficiali rende spesso difficile per i proprietari separarsi dai propri animali, evitando soluzioni improvvisate e illegali.

Resta però ancora incerto il destino dei resti che saranno rimossi dall’area: sul caso si sarebbe già svolta una riunione a Palazzo di Città per definire le procedure da adottare.

Bari, gli Strisciuglio tremano ancora: si è pentito anche Saverio Faccilongo. I familiari smentiscono

Un altro pentito nel clan Strisciuglio dopo Giorgio Fanelli. Si tratta di Saverio Faccilongo, soprannominato “Benzina”, esponente di rilievo del clan coinvolto in varie indagini per mafia, droga, estorsioni e violenza e storico referente del clan nella zona di San Pio.

Faccilongo è stato condannato per l’omicidio di Gianluca Corallo avvenuto a Bari, nel quartiere San Pio, il 7 febbraio 2016, e per l’omicidio del pregiudicato 39enne Michele Ranieri, commesso sempre nel quartiere San Pio l’11 settembre 2019.

A differenza di Fanelli, i suoi racconti potrebbero riguardare recenti episodi di cronaca. Siamo stati contatti dai familiari che hanno smentito la notizia.

Bari, case popolari occupate da abusivi e dai clan. Nuovo blitz a Japigia: liberato l’appartamento dei Lafirenze

Nuovi sgomberi di case popolari occupate abusivamente a Bari, nel mirino ancora una volta le famiglie legate alla criminalità organizzata. Tra queste, quella di Umberto Lafirenze, ritenuto vicino al clan Palermiti, che occupava illegalmente un appartamento dell’Arca in via Guglielmo Appula a Japigia. All’interno cinque persone.

L’operazione è stata disposta dalla Procura di Bari e segue altri sgomberi già effettuati in diversi quartieri. Lafirenze è stato coinvolto in attività criminali legate soprattutto al traffico di droga ed è già stato condannato in due processi derivati da un’inchiesta antimafia.

Giorgio Fanelli si è pentito, tremano gli Strisciuglio: è stato un pezzo grosso del clan

Secondo alcune notizie non ancora confermate, nei giorni scorsi si sarebbe pentito Giorgio Fanelli, un tempo personaggio di spicco del clan Strisciuglio.

Fanelli si è fatto diversi anni di carcere, ma a differenza di altri esponenti del clan, senza riuscire ad accumulare denaro. Seppure caduto in disgrazia, si tratta di un pentimento che potrebbe causare un terremoto all’interno degli Strisciuglio.

Fanelli, infatti, avrebbe già iniziato a parlare di episodi di cronaca, anche omicidi, non ancora risolti. Fanelli in passato gestiva il traffico di droga e i gruppi operativi nei quartieri Libertà, San Pio e San Paolo. Un pentimento avvenuto secondo alcuni anche a causa dell’abuso di stupefacenti.

Bari, gli affari del clan Parisi-Palermiti di Japigia con la mafia albanese: chiesto il processo per 26 persone

Si aprirà il prossimo 23 marzo l’udienza preliminare relativa all’operazione «Ura», la vasta indagine della Direzione investigativa antimafia che ha portato alla luce i legami tra la criminalità organizzata albanese e i clan baresi di Japigia. Al centro dell’inchiesta un articolato traffico internazionale di stupefacenti.

Le investigazioni hanno ricostruito un imponente flusso di eroina e cocaina, attivo dal 2016, lungo un asse che collegava i Balcani, il Nord Europa, il Sud America e la Puglia. Secondo gli inquirenti, sarebbe stata accertata una convergenza di interessi tra un’organizzazione con base in Albania, incaricata della gestione e distribuzione transnazionale della droga, e i clan Parisi-Palermiti operanti a Bari.

Ai gruppi di Japigia sarebbe spettata la fase di lavorazione e confezionamento dello stupefacente, successivamente ceduto all’ingrosso ad altre organizzazioni attive nelle province di Bari, Brindisi e Lecce. L’eroina proveniva dalla Turchia, mentre la cocaina arrivava dall’America Latina.

Sono ventisei gli imputati che compariranno davanti al giudice dell’udienza preliminare Antonella Cafagna. Le accuse contestate comprendono traffico internazionale di ingenti quantitativi di droga, riciclaggio e abuso d’ufficio.

Durante le indagini, la Dia ha documentato numerosi rifornimenti di stupefacente giunti a Bari dall’Albania e dal Nord Europa, per un totale di circa 255 chilogrammi tra eroina e cocaina pure, trasportati attraverso corrieri internazionali. Parallelamente, sarebbe stato individuato un costante flusso di denaro contante dalla Puglia verso l’Albania, quale pagamento delle forniture, movimentato tramite autisti di autobus di linea internazionale. Le somme trasferite, pari complessivamente a 4,5 milioni di euro, hanno consentito alle autorità albanesi di contestare l’ipotesi di riciclaggio.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito consegne di denaro avvenute a Bari per importi superiori al mezzo milione di euro, nonché il trasferimento di oltre 500 mila dollari dall’Albania all’America Latina come anticipo per l’acquisto di 500 chili di cocaina spediti da Guayaquil, in Ecuador. Nell’ambito dell’inchiesta sono emersi anche episodi di presunto abuso d’ufficio in territorio albanese.

Tra gli imputati figura Massimiliano Fiore, indicato dagli investigatori come uno dei principali intermediari tra i narcotrafficanti albanesi e il clan Palermiti. Nonostante un precedente per truffa e falso risalente a circa dieci anni fa, secondo la Dia Fiore sarebbe stato pienamente inserito nelle dinamiche criminali del quartiere Madonnella, svolgendo un ruolo di collegamento con gli acquirenti delle partite di droga provenienti dall’Albania. Sarebbe stato inoltre in contatto con Adi Coba, 33 anni, soprannominato «la bestia», ed Erigels Presi, 36 anni, detto «Enrico», ritenuti referenti albanesi dei gruppi smantellati, oltre che con il capo clan di Japigia Eugenio Palermiti.

Il nome dell’operazione, «Ura» — che in albanese significa “ponte” — richiamerebbe proprio questo presunto ruolo di collegamento. A Fiore sarebbe riconducibile anche una villa a Torre a Mare, sequestrata lo scorso ottobre, dove sono stati rinvenuti materiali ritenuti compatibili con il confezionamento di droga: un robot da cucina, buste in cellophane, un bilancino di precisione, nastro adesivo e piastre in acciaio.

L’udienza preliminare prenderà il via il 23 marzo. Il giudice avrà circa due mesi per decidere su un eventuale rinvio a giudizio, mentre la misura cautelare attualmente in corso scadrà a maggio.

Spaccio a Bitonto, maxi blitz nel centro storico: telecamere nascoste dai clan per controllare l’area. Due arresti

Maxi operazione dei Carabinieri nella serata di ieri, 11 febbraio, nel centro storico di Bitonto contro la criminalità organizzata. Sono state scoperte diverse telecamere che erano state installate, nascoste tra vicoli e archi, per controllare l’area 24 ore su 24 e svolgere così indisturbata l’attività di spaccio. Alcune sarebbero state addirittura murate nel cemento.

In campo i carabinieri del Comando provinciale di Bari e del Nucleo cacciatori di Puglia, supportati dal Nucleo elicotteri e dai cinofili. Le perquisizioni eseguite con l’assistenza dei cani antidroga hanno inoltre consentito di eseguire l’arresto di due persone già note che sono state trovate in possesso di ingenti quantitativi di stupefacenti destinati allo spaccio.

“Venerdì ho partecipato al Comitato per la Sicurezza e l’Ordine Pubblico chiedendo con forza una maggiore presenza dello Stato in città, alla luce degli ultimi gravi avvenimenti. Oggi è arrivata una risposta forte e decisa”, le parole del sindaco di Bitonto, Francesco Paolo Ricci .

“Un segnale importante che va nella direzione che abbiamo indicato. Io continuerò, senza paura, a chiedere più sicurezza, più controllo del territorio e più attenzione per la nostra comunità – ha continuato Ricci -. Andrò avanti con determinazione, perché so di avervi al mio fianco. Ringrazio per questa tempestiva operazione il Prefetto dottor Francesco Russo, il Comandante Provinciale dei Carabinieri Gianluca Trombetti, la Maggiore Giovanna Bosso, il Comandante della stazione dei Carabinieri di Bitonto Roberto Tarantino. Non mollo. Non molliamo”.